![[Cave di pietra]](../../img/paes/s_cave.gif)
La Pietra di Luserna è una delle varietà più conosciute di gneiss lamellare che affiora su un'area di circa 50 Km, tra la val Pellice e la val Po'. Si tratta di una roccia metamorfica composta da stratificazioni di quarzo, feldspato e mica a struttura grossolana e cristallina, ampiamente escavata nei comuni di Luserna San Giovanni, Rorà e Bagnolo.
Nasce come materiale "povero" per la realizzazione di murature, di semplici cordoli da marciapiede, di rotaie per i selciati viari, di lastre da balcone, di modiglioni e coperture e, nel tempo, pur mantenendo gli impieghi tradizionali, ha acquistato pregio grazie alle nuove tecniche di lavorazione, la fiammatura e la lucidatura, che ne consentono l'uso anche per locali interni.
L'estrazione della pietra di Luserna ha rappresentato in origine il più importante mezzo di sussistenza per le popolazioni valligiane, fino all'esportazione, non solo nell'ampio territorio piemontese, ma anche in paesi, come l'Argentina e l'America Latina, la Germania e la Francia, e ancora oggi costituisce un'importante risorsa economica.
Si ha notizia dell'uso di questa pietra già in epoca romana, ma è solo con il medioevo che si attiva uno sfruttamento sistematico delle primissime cave. Con il riconoscimento dei Comuni da parte dell'imperatore Federico Barbarossa, nel 1183 (Pace di Costanza) si instaura il principio del libero accesso alle cave per chiunque ne scopra di nuove. Il comune dava in concessione appezzamenti di terreno non specificatamente per la coltivazione delle "roche" (le cave), ma per il diritto di pascolo e di disboscamento. Solo con la fine del XVI, in concomitanza col trasferimento della capitale del Ducato dei Savoia da Chambery a Torino (1559, trattato di Chateau Cambresis), si hanno i primi "affittamenti" a privati per l'estrazione della pietra, da impiegarsi nella costruzione del Ducato e della nuova capitale.
Intanto, si fa sempre più importante la presenza dei valdesi, fuggiti agli inizi del XIII secolo dalla vicina Francia, a causa delle persecuzioni religiose e, in parte stabilitisi in queste valli, furono forse loro i primi cavatori. Fu la necessità di costruirsi nuove case che spinse i valdesi prima e i valligiani poi, al perfezionamento delle tecniche estrattive e della lavorazione della pietra. Dalla semplice sbozzatura della pietra che, affiorata dal terreno, facilmente lavorabile in lastre, veniva sfruttata per la sua caratteristica lamellare, si passò alla preparazione sistematica del fronte di cava.
Ogni anno, dopo l'inverno, bisognava asportare tutto il materiale organico e detritico che copriva la pietra, mettendo a nudo uno strato di roccia che non sempre era "quello buono". Il periodo dello sbancamento era assolutamente improduttivo e incideva pesantemente sul bilancio dell'intero anno di lavoro, a volte vanificandolo completamente. Per tagliare la pietra venivano preparate delle mine, ovvero, venivano realizzati con delle barre di ferro appuntite, le barramine, dei fori a distanze di 20-30 centimentri nei quali si inseriva dell'esplosivo a base di salnitro; una volta fatte esplodere, si infilavano nella spaccatura dei cunei, i punchot, battendo sui quali si otteneva il distacco completo del blocco dal filone. I vari blocchi, ridotti a dimensioni più piccole, erano trasportati sul piazzale antistante la cava con carrelli su rotaie o su rulli di legno, i curlou. Da qui partivano per le diverse destinazioni, o per l'immagazzinamento a Luserna, caricati su slitte in legno di faggio. Il tragitto dalla cava al capoluogo era alquanto pericoloso a causa del grande peso del carico e della forte pendenza delle strade; le slitte scivolano grazie al peso proprio, frenate solo dall'attrito col terreno e da due pesi semiellittici in ferro, infilati nei manici delle slitte stesse, che venivano fatti cadere quando si acquistava una velocità eccessiva.
La manutenzione della Strada delle Cave, arteria del traffico delle pietre, dei percorsi che dalle cave portavano alla Strada delle Cave e dei Ponti era a carico dei lavoratori; essi dovevano fornire annualmente i lastroni in pietra per le rotaie, in proporzione all'estensione della cava che avevano in affitto. Data l'intensa attività estrattiva, era elevata l'usura non solo delle strade, ma anche dei ponti lignei, soggetti, oltretutto, anche alle frequenti piene dei corsi d'acqua. Si giunse così, alla realizzazione di ponti in pietra per assicurare un continuo collegamento tra luoghi di estrazione e di commercio. Il più importante di questi, ancora oggi osservabile, quello di Luserna, rimaneggiato più volte, ultimo di una serie di altri piccoli ponti a una sola arcata presenti lungo la strada che collega Luserna all'Alta Valle. Sono tutti ponti ottocenteschi ottimamente conservati e funzionanti.
Verso la fine dell'800, in previsione dei lavori per Torino capitale d'Italia, vennero attivati diversi progetti ferroviari per il trasporto della pietra. Un interessante esempio la realizzazione della ferrovia tra Pinerolo e Torre Pellice, che risale al 1853, quando la "Ditta Eduard Pickering", inglese, presentò il primo progetto, realizzato solo nel 1878, dopo estenuanti trattative e calcoli per far superare le forti pendenze a una motrice a vapore.
Già dal XVIII secolo, e per tutto il XIX, lo scambio commerciale dipese dalla fornitura di lastre per marciapiedi, tuttora presenti in quantità nel centro storico, di lose di copertura, usate ad esempio per la Mole Antonelliana e per il palazzo di piazza Vittorio Veneto, di modiglioni e lastre per balconi, presenti in tutte le vie storiche della città, di gradini e cordoli in genere. Una tale quantità di materiale escavato implicava, e implica ancora oggi, un'altrettanta quantità di detriti. Un tempo, agli inizi della produzione modernamente intesa (1830-1840), si ovviava a questo problema ponendo l'ancor scarsa quantità di materiali inutilizzabile, per forma e dimensioni, in un gerbido improduttivo a servizio della cava; oggi, questa quantità è sensibilmente aumentata, sia per l'ormai secolare stratificazione, sia per la stabilità idrogeologica dei versanti. E' probabile che siano state più le discariche che l'attività estrattiva delle cave a modificare l'orografia della Valle. A questo proposito, la Comunità Montana sta studiando diverse soluzioni per un loro riordino, nell'ipotesi di un corretto reimpiego degli scarti.
Ogni anno nel solo bacino di Luserna San Giovanni si producono circa 230.000 mc di materiale di scarto che si vanno ad aggiungere agli oltre 2.000.000 già presenti sul territorio. Sono state proposte varie ipotesi di riutilizzo che dipendono dalle dimensioni dei blocchi. Per quelli più ingombranti si proposto l'uso nelle opere di risistemazione idraulica degli alvei dei torrenti, di contenimento di scarpate, di realizzazione di murature "a secco"; per gli elementi più piccoli, si pensato a un impiego nei sottofondi stradali, nelle opere di bonifica e come inerti nei conglomerati.
Ultimamente sono state attivate ricerche per studiare gli effetti di una eventuale sostituzione della pietra con il calcestruzzo. Tutto ciò è comunque causato anche dalla quasi totale mancanza di manodopera artigiana che potrebbe costituire di per sé un valido aiuto al recupero del materiale di piccole dimensioni nell'edilizia. D'altronde, i piccoli cavatori, che fino a qualche tempo fa potevano vivere di lavori del genere, sono ora costretti ad abbandonare il loro mestiere per unirsi alle grandi imprese, o per riunirsi in associazioni che permettano loro una relativa autonomia e sicurezza economica. Chi non escava servendosi di macchine tecnologicamente avanzate, come quelle ad aria compressa, o del filo diamantato elicoidale e con esplosivi adeguati, non riesce a rifarsi degli ingenti costi della lavorazione e, soprattutto, del trasporto.
L'effetto di questa scelta obbligata si riflette sull'occupazione. In Luserna San Giovanni le cave attive sono circa una decina, le persone addette all'escavazione sono circa 120, quelle alla lavorazione e al trasporto circa 680 che, sommati agli addetti dell'indotto portano a neanche 2000 addetti in un'"industria" che, se ben regolamentata, avrebbe enormi possibilità di sviluppo. In aiuto alle diverse esigenze di carattere prettamente burocratico amministrativo, nel 1992 è stata fondata un'associazione per le ditte escavatrici con sede a Ror. Questa associazione, che comprende geologi, agronomi e ingegneri si occupa delle pratiche e delle autorizzazioni per l'escavazione e dei rapporti con gli enti pubblici per salvaguardare soprattutto le piccoli Imprese.
Bibliografia: I dati riferiti sopra sono aggiornati al luglio 1992 e sono tratti da:
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| maggio 97 | Sandretto Mario | Comunità Montana Val Pellice |