La presenza dei valdesi ha determinato in modo fondamentale la storia e l'identità della val Pellice. Le ha conferito anzi tutto quel carattere pluriconfessionale che la fa unica in Italia, l'ha resa luogo di battaglie ideali per la libertà di coscienza (De Amicis definiva la val d'Angrogna le "Termopili valdesi") e infine l'ha collocata in una vicenda di dimensione culturale europea.
I valdesi, o "poveri di Cristo" come si definivano, si costituirono alla fine del XII secolo a Lione, al seguito di un mercante di nome Valdo che una generazione prima di Francesco si impegnò a vivere la povertà evangelica: Il movimento, scomunicato, giunse nell'area alpina agli inizi del XIII secolo ad opera di missionari provenienti molto probabilmente dalla Lombardia, l'area di sua maggior diffusione.
Per tutto il Medioevo questi cristiani dissidenti, dispersi in Europa, furono costretti a vivere la loro fede basata sulla povertà e la lettura dell'evangelo, in modo clandestino, assistiti dai loro predicatori, i "barba" ("zio" in provenzale). Sono presenti anche in val Lucerna (così si chiamava allora la valle); i signori locali, traendo dallo loro presenza notevoli vantaggi economici, non infierirono, ma devettero comunque assecondare gli inquisitori che davano loro una caccia spietata.
Ma, a differenza di quanto accadde in altre regioni d'Europa, qui la dissidenza valdese fu così forte che non la si poté cancellare, e la popolazione difense la sua libertà con la forza, non esitando a eliminare preti delatori ad Angrogna e lo stesso inquisitore a Bricherasio. Anche la crociata condotta dagli Acaia nel 1480 si scontrò con una resistenza tenace e fallì.
L'avvento della Riforma protestante cambiò la situazione; i valdesi infatti vi aderirono nel 1532. Da movimento evangelico clandestino diventarono così chiesa organizzata con predicatori (che, provenienti dall'area francese, accentuarono l'uso di quella lingua nelle comunità), locali di culto, organizzazione propria. La valle entrò così nella storia europea, diventando un luogo di riferimento per tutto il protestantesimo piemontese. Ma la sua posizione di frontiera fra il mondo ugonotto (il Queyras e la val Chisone erano e sono protestanti) e il Piemonte cattolico fece sì che lo scontro fra riforma e Controriforma avesse particolare violenza.
Per oltre 150 anni le autorità ducali cercherono, infatti, in modo diretto con l'opera dei governatori di Torre e Luserna, di logorare la resistenza della popolazione valdese per ricondurla alla fede cattolica, senza risultato però; infruttuoso fu anche il ricorso alla forza, con inevitabili devastazioni e sofferenze che fecero della valle una delle terre del Piemonte maggiormente provate.
Negli anni 1560, sotto Emanuele Filiberto, si ebbe il primo scontro al termine del quale i valdesi ottenettero dal Duca il diritto di professare a certe condizioni il loro culto nell'area dei comuni di Rorà, Bobbio, Villar, Angrogna e sulle alture di Torre, oltre Santa Margherita e sulla collina di San Giovanni. All'attacco delle truppe franco-piemontesi del 1655 opposero, capeggiati da Giosuè Gianavello, una resistenza disperata con una guerra partigiana da manuale. Nel 1689, dopo il massacro e l'esilio, rientrarono in patria con una marcia diventata celebre negli annali militari, conosciuta come il "Glorioso Rimpatrio".
Alla sopravvivenza di queste poche migliaia di valdesi concorse anche in modo determinante l'intervento diplomatico delle Potenze protestanti, solidali con la loro difesa della libertà di coscienza; anche in seguito i protestanti europei continuarono a sostenere i valdesi, finanziariamente e culturalmente, nell'epoca della segregazione che seguì le guerre di religione.
Fino al 1848, infatti, con la sola eccezione degli anni di libertà sotto il governo di Napoleone, essi vissero nella valle ghettizzati come gli ebrei nelle città, e come loro privati di tutti i diritti civili e politici. Solo con l'editto del 17 febbraio 1848 furono parificati agli altri sudditi piemontesi, acquisendo il diritto di circolare nello Stato, frequentare le scuole e adire alle cariche pubbliche.
Nel XIX secolo la valle vide realizzarsi una profonda trasformazione socio-economica, con il conseguente affermarsi del mondo valdese. Le sue istituzioni culturali (collegio, casa editrice, giornali, società storica) assistenziali (ospedale, orfanotrofi, asili) fanno di Torre Pellice la "Ginevra italiana" (l'espressione è ancora di De Amicis) la piccola capitale delle valli valdesi che assunsero così i caratteri di un'area protestante a carattere europeo. Particolarmente significativo sarà l'impegno della comunità valdese nel campo scolastico, con la creazione di una rete di scuole popolari.
Alcuni elementi di questa realtà permangono tuttora evidenti in valle, pur nella mutata realtà del XX secolo che ha visto l'espandersi nella presenza valdese in Italia, con il costituirsi di nuove comunità, e in America Latina, a causa l'emigrazione per motivi di lavoro.
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| maggio 97 | Sandretto Mario | Comunità Montana Val Pellice |